Accanto, non invisibili: a Reggio Emilia il futuro della salute mentale riparte dai Caregiver e dal Supporto tra Pari

Il titolo del convegno tenutosi a Reggio Emilia, il 25 Maggio 2026 “Accanto, non invisibili”, racchiude in sé una promessa e una necessità: trasformare l’isolamento di chi cura in una presenza attiva, riconosciuta e sostenuta dalla comunità.

L’evento ha messo al centro della riflessione la figura del caregiver familiare, esplorandone i bisogni, le fatiche e l’alleanza fondamentale con i servizi e gli Esperti in Supporto tra Pari (ESP).

Ad aprire i lavori è stato il dottor Galeazzi, che ha offerto uno sguardo profondo sulla dimensione umana del caregiver, definendolo «prima di tutto una persona», spesso gravata da stanchezza, rabbia e solitudine. Galeazzi ha tracciato una linea chiara per il futuro: l’obiettivo dei servizi non deve essere quello di scaricare le responsabilità sulle famiglie, ma di creare legami e reti di supporto concrete.

Un tema cruciale è stato sollevato dall’assessora Annalisa Rabitti, che ha evidenziato come la cura sia ancora troppo spesso una questione di genere. Sono le donne a farsi carico della maggior parte del lavoro di assistenza, un impegno così totalizzante che, per molte di loro, «il futuro smette di esistere». Da qui l’appello a orientare i servizi sociali e sanitari anche al supporto psicologico e pratico di chi si prende cura.

L’onorevole Ilenia Malavasi ha poi allargato lo sguardo alla crisi demografica dell’Italia, un Paese sempre più anziano a fronte di una ridotta capacità di presa in carico da parte del Servizio Sanitario Nazionale. I dati emersi sono allarmanti: solo un terzo dei caregiver gode di buona salute. Malavasi ha denunciato il problema culturale e il forte sfondo patriarcale che alimenta questo squilibrio, ribadendo che le persone fragili non vanno lasciate sole e che la domiciliarità rappresenta il vero futuro dell’assistenza, citando anche i passi avanti legati al disegno di legge Locatelli.

Il convegno ha ospitato la lectio magistralis della professoressa Katherine Berry, docente di Psicologia Clinica all’Università di Manchester, intitolata “Lavorare con le famiglie per migliorare l’assistenza nella salute mentale”. La professoressa Berry ha introdotto la teoria dell’attaccamento per spiegare come il bisogno umano di una figura di riferimento (i genitori nell’infanzia) rimanga centrale per tutta la vita. Nella salute mentale, i familiari sono i primi a intercettare i segnali di una ricaduta, eppure sono proprio loro a faticare di più nel trovare un aiuto mirato per se stessi.

A seguire, Licia Boccaletti ha presentato la relazione “Curare la relazione: strategie in supporto per il caregiver nel percorso di salute mentale”. Boccaletti ha mappato la demografia dei caregiver in Italia: se la fascia principale si attesta tra i 45 e i 65 anni, non mancano i caregiver over 65 e, dato specchio dei tempi, i young caregiver (under 24). Se da un lato il carico assistenziale logora la salute psico-fisica, dall’altro l’esperienza può generare risvolti positivi in termini di crescita personale e aumento dell’empowerment. Il paradosso più grande? Spesso il caregiver non ha nemmeno la consapevolezza di esserlo.

Particolarmente toccante e centrale è stato il contributo di Linda Filippini, dell’associazione Sentiero Facile, che nella sua relazione “L’esperienza dei caregiver familiari” ha portato la propria testimonianza diretta. La sua voce ha dato corpo alla teoria, mostrando la realtà quotidiana, le sfide e la bellezza del percorso di chi assiste un proprio caro.

Il pomeriggio è stato dedicato a tavoli di lavoro di gruppo, uno spazio di confronto partecipato che ha analizzato aspettative, criticità, risorse e il prezioso contributo degli Esperti per Esperienza.

Dai gruppi sono emersi spunti ed esigenze chiarissime:

Il valore del caregiver: Deve essere riconosciuto non come un ammortizzatore sociale, ma come una risorsa e un mediatore fondamentale tra il professionista e l’utente.

La cura di sé e la condivisione: Curarsi per poter curare. È emerso come la condivisione tra pari permetta di trasformare il senso di inadeguatezza e frustrazione in nuove competenze, speranza e sollievo.
I giovani caregiver soffrono l’impossibilità di vivere appieno la propria giovinezza a causa del ruolo di cura, mentre le famiglie più giovani tendono a non chiedere aiuto, chiudendosi nel silenzio.

C’è il bisogno assoluto di allargare il tema della cura all’intera comunità. Le associazioni del territorio sono una risorsa vitale che deve collaborare strettamente con i servizi pubblici.

Tra le proposte emerse nei gruppi, vi è la necessità di creare laboratori permanenti per la gestione delle emozioni e per migliorare la comunicazione tra famiglie e curanti.

E’ inoltre emersa dal dibattito un interessante proposta: l’idea di un’équipe in stile “cure palliative”, un modello d’intervento flessibile incentrato sulla domiciliarità. Questo approccio permetterebbe di portare l’assistenza e l’ascolto direttamente nelle case delle famiglie, garantendo quel coinvolgimento attivo dei caregiver che oggi purtroppo ancora manca.

I lavori del seminario sono stati conclusi dal dottor Ravanello, che ha raccolto le fila di una giornata densa di contenuti. La sfida ora è trasformare le riflessioni della giornata in azioni concrete. Perché essere “accanto” significa, prima di tutto, fare in modo che nessuno debba più camminare da solo.

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